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 Attività · Teatro e Letteratura · Collettivo Dionisi
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A Teatro con il Collettivo Dionisi
Storia della compagnia

La notte poco prima della foresta
liberamente tratto da "La notte poco prima della foresta" di Bernard-Marie Koltès
con Matilde Facheris, regia di Francesco Micheli

Matilde Facheris

"...ho corso, corso, corso, perché stavolta, svoltato l'angolo, non mi trovassi in una strada vuota di te, perché stavolta non ci fosse soltanto la pioggia, perché stavolta dall'altra parte io potessi ritrovare te e avere il coraggio di gridare: compagno!, il coraggio di prenderti il braccio, compagno!, il coraggio di accostarmi a te, compagno, compagno, fammi accendere..."

Il testo di Koltès è un interminabile e appassionato flusso di coscienza di un uomo, uno "Straniero" che gira di notte per le strade di una città non sua, cercando qualcuno con cui parlare, con cui poter condividere una stanza, qualcuno che non se ne vada.
C'è qualcosa nel testo di Koltès che ci appartiene, che appartiene all'oggi e a tante persone che abbiamo conosciuto e di cui vogliamo parlare.
Quello che ci attrae nel testo di Koltès è il bisogno esagerato e senza limiti di avere qualcuno vicino e fare di tutto perché questo qualcuno resti lì con te, perché non se ne vada "lasciandoti lì come uno stronzo".

Matilde FacherisAmiamo il personaggio di questo testo perché è uno che "abborda" subito, senza pensarci due volte; perché cerca il coraggio di parlare; perché "non è sempre quello che abborda il pił debole"; perché è uno che se ne frega di come devono essere fatte le cose e parla, parla, parla, per ore, perché "ora bisogna che ti spieghi tutto visto che ho cominciato"; perché è uno che forse sta vivendo la sua ultima notte sotto uno schifo di pioggia e non vuole perdere neanche un minuto, perché crede possibile incontrare ancora qualcuno che lo stringa come non gli è mai capitato prima. Forse ci piace anche perché ha tutta l'aria di essere abbastanza "fuori" con questo suo modo sconclusionato, ma ricco di avvicinarti.

Preparatevi quindi ad un fiume di parole che è un fiume di suoni sia perché lo "Straniero" parla ininterrottamente, sia perché le sue parole sono piene della nostra vita metropolitana, chiassosa e vitale per tutti i nostri sensi: fragili ma golosi.
Questo personaggio, che Koltès immaginava nordafricano, indossato dal corpo di Matilde diventa un goffo individuo che racconta il disagio, il non riuscire a "starci dentro", il continuare a cercare di dire nonostante non sia facile; insomma un essere un po' anfibio che non ci sta nella pelle e corre, perché ha paura e scappa, ma anche perché è felice e la rincorre fino alla morte, la felicità; un po' come quando balliamo che non sappiamo pił, ad un certo punto, perché lo stiamo facendo e qual è il sentimento che ci scuote. E infatti questo spettacolo è una strana cosa che sta tra una maratona e un videoclip, un frenetico sussultare tra la felicità e la disperazione, sulle note confuse e mescolate della nostra colonna sonora quotidiana fatta di techno-trash e Gianna Nannini, Gigi d'Alessio e la Callas.

La foresta è la nostra giungla quotidiana e la notte poco prima della foresta è quell'istante in cui a tal punto non ce la fai pił, che ti stacchi ed esci dalla giungla per guardarla, e allora, qualche volta, solo se ti ci applichi con determinazione, tutti i rumori si attutiscono e si accordano in una insolita, piacevole armonia e intravedi la possibilità di un senso.
Noi abbiamo lavorato così e ci sembra che il teatro sia il luogo migliore per farlo accadere.
Sennò forse mica lo faremmo.

Matilde e Francesco


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